Prescrizione contributi: oltre al danno la beffa!

Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere, esordirebbe qualcuno. Sono in molti, tra quelli che ne sono al corrente (visto che purtroppo la disinformazione e la scarsissima conoscenza normativa regna sovrana nel mondo della scuola), a chiedersi come sia possibile che all’alba del 2018, nell’era di internet, siano stati smarriti o non risultino i contributi versati “dallo stato allo stato”.

Infatti, sono in tantissimi tra DS, Docenti e Ata, a non vedersi riconosciuti anni, mesi e giorni di servizio sul proprio estratto contributivo.  Altri ancora, visualizzano periodi completamente sballati e/o versati da scuole dove non hanno mai messo piede. Lo stesso beffardo destino è toccato anche a tanti dipendenti pubblici di altri comparti, che fino a qualche anno fa erano gestiti dall’ormai defunto INPDAP (ex ente previdenziale che gestiva i contributi dei dipendenti pubblici, ormai assorbito dall’INPS).
Insomma, una vera e propria barzelletta fantozziana, tutta italiana. Qualcuno pensa addirittura che possa essere stata messa in atto una proditoria operazione studiata ad arte proprio per risparmiare qualche milioncino d’euro sulle spalle dei lavoratori pubblici. Anche perché: molti non ne sanno niente, altri lasceranno perdere (vista la complessità della procedura) , ed il gioco è presto fatto.  A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, come diceva qualcuno…Ma per cercare di correre ai ripari, in questi mesi, docenti e Ata stanno arduamente tentando di sistemare la propria posizione contributiva, ma l’operazione risulta assai complessa e farraginosa. Un grosso problema è dato dal fatto che molti, in modo particolare il personale con tanti anni di servizio che non ha conservato i documenti relativi ai rapporti di lavoro pregressi (contratti, certificati, ricostruzione di carriera, cud, cedolini ecc.), non ricorda più dove ha lavorato e quanto ha percepito (magari per 10 gg su uno spezzone di 8 ore settimanali, e in una scuola oggi accorpata o addirittura soppressa).

La circolare INPS

L’INPS, con circolare n. 169 del 15 novembre 2017, ha fissato come termine ultimo il 1 gennaio 2019 entro cui bisogna eventualmente integrare, rettificare, tagliare, cucire e rattoppare il proprio estratto contributivo con le giornate effettivamente lavorate. Dopodichè scatta la prescrizione, e tutti i contributi non presenti nell’estratto contributivo e quindi non risultanti all’INPS, andranno in fumo. Proprio come faceva una famosa canzone partenopea: chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato… Le modalità con cui il personale scolastico può rettificare o integrare i periodi contributivi mancanti o errati sono due: la prima è quella di accedere in autonomia sul sito INPS nel proprio account My Inps, la seconda è quella di rivolgersi fisicamente ad un patronato.
Facile a dirsi, o a scriversi, ma non a farsi.

Procedura complessa: è caos

La procedura autonoma sul sito infatti, anche per chi ha dimestichezza con l’uso del pc e della rete, risulta assai complessa, in quanto il sistema richiede una serie di dati ad oggi difficilmente reperibili. Per non parlare dei patronati, che a detta dei molti docenti che vi si sono recati, sarebbero nel caos e dunque non in grado di gestire questo tipo di procedura. Non sono rari, infatti, i casi di docenti che nei suddetti uffici sarebbero stati repentinamente riaccompagnati all’uscita ed omaggiati dalla frase: “non abbiamo ancora le autorizzazioni per inserire i periodi contributivi del personale della scuola”, oppure: “andate dal vostro sindacato, se ne devono occupare loro”, o addirittura: “non possiamo ancora inserirli perchè non si sono messi d’accordo su quanto lo stato dovrà versare nelle casse del patronato per gestire questo tipo di pratica”.

Ma intanto, i mesi scorrono inesorabili, e il 1 gennaio 2019 non è così lontano come sembra. Ergo, la situazione è più che palese: lo stato non ha versato per anni i contributi ai lavoratori statali, ed ora devono essere i  lavoratori statali a smazzarsi per dimostrare “allo stato di aver lavorato per lo stato”, una situazione paradossale che ha davvero dell’incredibile.

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